G. Bartocci, D. Zupin I - II
R.L. Fernandez III - VI
G. Bartocci 1 - 16
G. Bartocci 17 - 18
T. Murai 19 - 21
T. Kumazaki 22 - 35
Abstract
Il delirio è stato a lungo considerato un sintomo centrale nella diagnosi psichiatrica; tuttavia, la sua definizione rimane sfuggente. Per cominciare, il presente articolo offre una breve rassegna degli sforzi storici e contemporanei per concettualizzare i deliri, evidenziando i contributi dalle osservazioni culturali premoderne alle opere seminali di psichiatri come Jaspers, K. Schneider e M. Spitzer. Nonostante questi sforzi, la definizione di delirio continua a basarsi su giudizi di psicologia popolare e di senso comune, introducendo un certo grado di indeterminatezza. Concentrandosi specificamente sui deliri persecutori e su giudizi anomali, l’articolo esamina i tentativi di distinguere i pensieri deliranti da quelli non deliranti, in particolare all'interno di contesti culturali diversi. Ciò porta a un'esplorazione di come le condizioni socioculturali influenzino la formazione e l'interpretazione dei deliri, attingendo a studi di psicopatologi giapponesi. Queste indagini sottolineano l'importanza di una considerazione socioculturale cauta e dettagliata nell'analisi dei fenomeni deliranti. In conclusione, l'articolo sostiene che nel nostro mondo sempre più interconnesso, dove i confini socioculturali sono fluidi, incorporare la sensibilità culturale nella comprensione e nella diagnosi dei deliri non è solo utile ma essenziale.
M. Ascoli 36 - 46
Abstract
La definizione stessa del delirio in Psicopatologia implica un approccio culturalista: un delirio è una credenza fissa, rigida, incompatibile con la visione del mondo del gruppo socioculturale di riferimento del paziente. Tuttavia, questa caratteristica essenziale non aiuta il clinico quando si tratti di esprimere un giudizio sulla sanità o la patologia di una credenza verosimilmente delirante di un individuo, che rispecchia i valori e le credenze di una parte significativa della società in cui vive. La nozione di delirio culturale può essere d’aiuto in tali situazioni.
I deliri culturali sono nozioni, credenze o “forme di sapere” (pseudoconoscenze) ampiamente diffuse in un gruppo socioculturale e di conseguenza percepite come realtà “normali”, “vere” e autoevidenti. Cosà come per i deliri individuali, la loro patologia risiede nella risultante alterata relazione col mondo esterno e interpersonale, e non nel loro contenuto erroneo. I deliri culturali sono basati su una visione del mondo condivisa, e come tali non rappresentano credenze private, idiosincratiche, di un individuo visibilmente disfunzionale. In tal senso, i deliri culturali sfidano la nozione classica che una realtà delirante debba necessariamente rinchiudere il soggetto in un mondo privato, la validità del quale egli è il solo a riconoscere. Per tale motivo, i deliri culturali sono incomparabilmente più pericolosi dei deliri individuali.
Il razzismo, che viene solitamente letto in chiave storica, politica e sociologica, è un buon esempio di questo tipo di deliri, e dare al razzismo la cornice teorica di un delirio culturale può essere un approccio utile al riconoscimento della sua natura disfunzionale da un punto di vista psicopatologico.
Questo articolo vuole rappresentare un tentativo di interpretazione del razzismo come delirio culturale. VerrĂ utilizzato un caso clinico per illustrare le modalitĂ attraverso le quali il razzismo presenta la propria natura delirante nel lavoro psicoterapeutico.
S. Ueno 47 - 62
Abstract
I deliri sono spesso espressi non semplicemente come credenze ma come affermazioni di conoscenza sul mondo esterno o intersoggettivo. Gli approcci epistemologici tradizionali valutano tali affermazioni in termini di giustificazione epistemica e pertanto considerano i deliri come illegittimi. Tuttavia, questa prospettiva rischia di portare a dispute cliniche improduttive, poiché le credenze di senso comune stesse spesso mancano di giustificazione esplicita e si basano su presupposti condivisi ma in definitiva infondati. Questo articolo propone un quadro alternativo basato sulla teoria del tracciamento (tracking theory) di Nozick. Da questa prospettiva esternalista, la conoscenza non richiede accesso interno alla giustificazione ma dipende dal fatto che le credenze siano sensibili alle variazioni controfattuali rilevanti. I deliri possono quindi essere caratterizzati non principalmente dalla loro mancanza di giustificazione, ma dalla loro fissità : rimangono invariati attraverso mondi possibili vicini nei quali i fatti rilevanti differiscono. Sosteniamo che un approccio basato sulla teoria del tracciamento sposta l'attenzione clinica dalla legittimità epistemica alla sensibilità controfattuale, facilitando il dialogo senza sfidare direttamente le credenze deliranti fondamentali. Un caso clinico di erotomania illustra questo approccio, e vengono brevemente discusse la sua applicabilità e i suoi limiti rispetto ai deliri culturali.
D. Zupin, T. Cerisola 63 - 77
Abstract
Questo paper propone un percorso psico-culturale che collega (i) rappresentazioni euro-americane ambivalenti dell’“Altro” razzializzato, (ii) una forma di scissione culturalmente indotta, e (iii) formazioni deliranti culturalmente condivise. Muovendo dai contributi della psichiatria culturale che inquadrano i “deliri culturali” come credenze avallate dall’unità culturale o subculturale, egosintoniche, altamente implausibili e socialmente incorreggibili, capaci di vincolare lo sviluppo individuale e collettivo, consideriamo il suprematismo bianco come una credenza di tipo delirante. Introduciamo il concetto di scissione culturalmente indotta per descrivere come ecologie socio-culturali-istituzionali e mediatiche possano distribuire l’ambivalenza in stereotipi polarizzati (ad esempio, “buon rifugiato” versus “cattivo migrante”), consentendo la coesistenza di benevolenza e ostilità senza integrazione. Le dinamiche epistemiche digitali (bolle epistemiche e camere dell’eco) sono considerate come amplificatori della scissione e della falsificazione delle preferenze. Una breve vignetta di campo, tratta da un lavoro qualitativo nei servizi di salute mentale italiani, illustra come rappresentazioni oscillanti operino all'interno di istituzioni di aiuto. Concludiamo discutendo le implicazioni per la psicoterapia culturale e per la ricerca: gli interventi potrebbero focalizzarsi sul rendere pensabile l’ambivalenza, incrementare la riflessività istituzionale e affrontare le dinamiche da camera dell’eco, invece di affidarsi esclusivamente alla disputa fattuale.
Iscriz. n° 12/2013 al Registro dei Giornali & Periodici del Tribunale di Terni, ISSN 2283-8961